Friday, March 31, 2006

L' ALTALENA...




Giusto il tempo di controllare gli appuntamenti di questa giornata e mi ritrovo a leggere ancora quel nome...
Non ho mai parlato con te ed e' gia' la terza volta che all'ultimo momento mi telefoni per dirmi che il nostro appuntamento dovra' essere rimandato. Non so' molto di te. Molti anni invece sono passati, da quando mi trasferii in questa citta' .
Da casa mia ti vedo spesso alla finestra che affaccia sul giardino e,devo dire che mi ha sempre incuriosita il fatto che tu,a quella finestra passi molto tempo. Inizialmente mi infastidiva questa tua presenza cosi' costante: Mi sentivo osservata, spiata!
Ho accennato sovente un gesto di saluto che rimaneva quasi sempre senza risposta. Talvolta, per pochi attimi soltanto, i nostri sguardi sembravano incrociarsi e mi sono sorpresa a riflettere sul fatto che in quei momenti, i tuoi occhi assumevano un' espressione trasognata, distante, e sul tuo volto si dipingeva l' ombra di un segreto dolore. Qualcosa poi, sembrava distoglierti da quel tuo torpore, un' ultima occhiata al giardino sottostante e la tua finestra si richiudeva regolarmente con un improvviso, rabbioso fragore di vetri. Altre volte, ti ho sorpresa presso l'altalena situata in un angolo del giardino, ti ho vista sospingerla con una mano ed ho notato un impercettibile movimento delle tue labbra, mentre un indistinto, sommesso brusio mi ricorda una vecchia filastrocca di quando ero bambina. Non percepisco mai rumori o suoni provenire dalla tua casa, e' tutto come ovattato, perfino i tuoi movimenti, il tuo incedere, sono caratterizzati da una indolenza disarmante. Non ricevi visite e quella finestra che si chiude rabbiosamente sul mondo, rimanda l' idea di quanto tutto ti lasci indifferente, non susciti in te il benche' minimo interesse. Ma si, succedesse pure cio' che deve succedere... meglio non sapere piu' nulla... meglio dimenticare...
Il suono del campanello mi distoglie bruscamente dai pensieri. Mentre ti faccio accomodare, balbetti delle scuse a giustificazione dei mancati, precedenti appuntamenti.
Il tuo sguardo e' incerto, sembri guardare attraverso una pesante foschia, oltre me, come persa nella tua pena e poi scoppi in un pianto dirotto, in singhiozzi senza fine pieni d' angoscia.
Sono tesa nello sforzo di udire e comprendere le tue parole sommesse e confuse che, improvvisamente e con impeto selvaggio acquisiscono forza, lasciando spazio ad una violenza irresistibile, propria a chi per anni e' stato prigioniero in una gabbia e ad un tratto ne aprisse le sbarre. Nel tuo pianto, c'e' tutto il dolore di cui prima devi esserti resa conto solo vagamente e che ora, erompe come un violento temporale.
Le tue lacrime scorrono copiose, portando via l' amara sofferenza che poco a poco si era depositata in te, come cristalli che diventavano sempre piu' duri e non volevano sciogliersi. Parli della tua vita, delle amarezze della rinuncia, ti dici consapevole che la vita non possa piu' farti del male con la sua impetuosa violenza, e che non possa esistere equilibrio e felicita' se non si e' ,prima, percorso il sentiero della sofferenza, mi parli di un bimbo mai nato e di filastrocche cantate ad una altalena vuota.
Ci siamo incontrate diverse volte, successivamente, ed oggi, ho notato un inconsueto movimento davanti alla tua porta: Ci sono degli operai che stanno portando in casa un pianoforte. Immagino il tuo sorriso, immagino le dita bianche, lunghe, affusolate delle tue mani che corrono veloci e sicure sui tasti, immagino le note di una vecchia filastrocca e vedo un bimbo.
Un bel bambino biondo e ricciuto da accudire, da cullare, da amare quando dovessi sentirti sola, completamente sola... E le tue dita riprendono a cercare quel motivo d'amore non del tutto dimenticato.

Felice week-end...
Giulia.

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